Gli investitori istituzionali europei puntano su strumenti obbligazionari e con un basso tasso di rischio perché l’incertezza che i mercati stanno respirando da inizio anno, guidata principalmente dalla crisi dei mutui subprime americani che tarda ad assopirsi, impongono una asset allocation attenta e oculata nel rispetto dei propri bisogni economici.
E’ quanto emerge da una ricerca condotta da Invesco, intitolata “European Institutional asset management survey 2008” e giunta all’ottavo anno di pubblicazione.
Secondo l’indagine il 51% degli asset dei portafogli istituzionali sono caratterizzati da obbligazioni, in particolare da government bonds, seguite da azioni con il 32% e da un 11% composto da liquidità, real estate e altri strumenti alternativi.
A livello di singole nazioni spiccano, in controtendenza, i paesi anglosassoni, come Regno Unito e Irlanda, che investono più della metà dei propri portafogli (55%) in azioni, e «questo perché - si legge nello studio - da sempre questi paesi prediligono gli investimenti nell’equity». L’esatto contrario di Italia, Germania e Francia fedeli al rendimento fisso.
Se i dati sulla composizione del portafoglio degli istituzionali erano prevedibili e confermano le “abitudini di investimento” dei vari paesi europei, guardando la ricerca firmata Invesco non mancano le sorprese.
La prima riguarda il peso degli strumenti alternativi (classificati in real estate, private equity, hedge fund e commodities) presenti nei portafogli degli investitori istituzionali. Dopo il boom del 2002 che aveva visto il mercato immobiliare a quota 6% come una valida forma di investimento alternativo e il conseguente scoppio della bolla speculativa, fino al 2004 il settore ha subìto importanti riduzioni, ma da tre anni a questa parte ha iniziato a essere apprezzato di nuovo dagli investitori, posizionandosi al 5%, grazie soprattutto alla sua decorrelazione rispetto ai mercati azionari e per i sui «futuri ritorni potenziali di lungo termine previsti», afferma lo studio.
La seconda grande sorpresa riguarda i dati relativi al rapporto con la consulenza. La ricerca analizza, infatti, il ruolo che i consulenti finanziari hanno avuto negli ultimi anni per il mondo degli investitori istituzionali ed emerge che, dal 2006 al 2007, più della metà degli intervistati (55%) è ricorso alla consulenza finanziaria rispetto al 36% del 2006.
Ad alzare la media europea sono i paesi anglosassoni come Regno Unito e Irlanda con 81% e la Svizzera con 80%. Ma spicca su tutti l’Italia con il 90%. La possibilità per i fondi pensioni di effettuare investimenti in svariati strumenti finanziari ha fatto raddoppiare la media nostrana rispetto al 2006.